Nizza, Francia? I Nazionalismi, una creazione del secolo XIX

I Rothschild, i Nazionalismi, il Liberalismo Economico, la Sovranità Popolare. La Storia del perché ci identifichiamo con le nostre nazioni. Francia, Germania, Italia, Scozia, Inghilterra, Spagna, Stati Uniti, Peru, Argentina e il resto del mondo.

di Katia Novella Miller 

5

Come il mondo intero sa, il 14 luglio il franco tunnisino Mohamed Lahouaiej Bouhlel, di 31 anni, con un camion di 19 tonnellate ha ucciso 84 persone e ferito altre 308 sulla Promenade des Anglais, una delle strade più famose di Nizza, nel giorno in cui la Francia celebrava la festa nazionale più importante: la presa della Bastiglia. Anche se dopo il 1880, ogni 14 luglio si commemora la festa della Federazione, cioè la riconciliazione e l’unità di tutti i francesi, quella data simboleggia, per il suo stesso nome, la presa della Bastiglia da parte dei rivoluzionari parigini e il crollo del potere assolutista-aristocratico e il sorgere del potere borghese, del liberalismo economico mascherato sotto i primi semi del concetto di sovranità popolare. Concetto che più tardi avrebbe dato vita ai nazionalismi che oggi conosciamo e che dalla Francia fu esportato a tutto il mondo. Ma – paradossi della storia – pochi sanno che in quegli anni di ebollizione rivoluzionaria a Parigi, Nizza non era Francia e che i nizzardi non si sentivano francesi. Di fatto quella famosa città della Costa Azzurra fu annessa alla Francia quasi un secolo pià tardi, nel 1860. E a Nizza il sentimento d’indentità francese fu a quei tempi, e per alcuni continua ad esserlo ancora oggi, una lotta.

La creazione dei nazionalismi, ma prima un po’ di storia di Nizza. Probabilmente Nizza fu fondata o rinominata Nicaea dai greci della colonia di Marsiglia nel IV secolo a.C., dopo una vittoria sui liguri. Molti studiosi ritengono che nell’antichità i liguri occupacassero il nord dell’Italia, il sud della Francia e la penisola Iberica, anche se oggi si ‘riconoscono liguri’ soltanto gli abitanti della Liguria, di alcune zone del Piemonte e del sud est della Francia e il Principato di Monaco. Ai tempi dei romani, il ‘Mare Ligusticum’ era il mare che bagnava le coste degli antichi liguri e comprendeva da Livorno (oggi Toscana) a parte della costa mediterranea francese. Con l’Imperatore latino Augusto, nel 7 d.C., la zona ligure fu chiamata ‘Regio IX’ e andava dal confine con l’Etruria (il territorio degli etruschi) fino al fiume Varo, a ovest di Nizza.

Più tardi, con la caduta dell’Impero Romano, la zona fu invasa dai germani Franchi (che posteriormente crearono in Gallia la Francia) e successivamente occupata dai germani Ostrogoti, come il resto della penisola italica.

Nel 550 d. C. Nizza fu riunificata all’Impero Romano d’Oriente, ma nel 641 fu nuovamente conquistata da un altro popolo germanico, i Longobardi.

Nel VII secolo, per fare fronte agli attacchi degli arabi e dei musulmani, Nizza aderì alla Lega Ligure (anche se durante il Medioevo spesso si dichiarò nemica di Genova e alleata di Pisa, altra repubblica marinara di quei secoli).

Nel 1108, sotto pressione per gli assalti guidati dagli aristocratici della Provenza (con le dinastie degli Aragonesi di Barcellona e degli Angioini ), che promossero l’emigrazione di popoli occitani verso Nizza, si unì nuovamente alla Repubblica di Genova, di cui fece parte fino al 1388.

Successivamente, e a causa dei continui attacchi degli Occitani e di altre dinastie del territorio ‘francese’, nel 1388 il comune di Nizza si mise sotto la protezione della Contea dei Savoia – che era nata dalle ceneri del regno dei germani Burgundi (che avevano conquistato l’area ai romani) – e fece parte di questa entità territoriale nobiliare fino al 1860.

I francesi di Parigi arrivarono a Nizza soltanto nel 1792, quando le truppe della prima repubblica francese si lanciarono contro i Savoia che nel 1720 avevano allargato il proprio territorio e creato il Regno di Sardegna. L’occupazione durò poco, circa vent’anni. Nel 1814 il Congresso di Vienna stabilì il suo ritorno alla casa dei Savoia. Ma nel 1860, come ringraziamento per l’appoggio francese alla seconda guerra d’indipendenza (conquista?) d’Italia contro l’Austria e in cambio della Lombardia, del riconoscimento dell’annessione dei ducati di Parma e Modena, della Legazione Pontificia della Romagna e del Granducato di Toscana, i Savoia cederono definitivamente Nizza – e la contea di Savoia – alla Francia.

Il nazionalismo francese e Nizza. Quando Nizza fu ‘regalata’ alla Francia i nizzardi non si sentivano francesi. La contea aveva partecipato attivamente alle lotte dei Savoia per la creazione (unificazione) dell’Italia. Infatti ‘l’eroe’ più famoso dell’unificazione italiana, Giuseppe Garibaldi, era nizzardo.

Per dare alla cessione una facciata democratica, in una Nizza occupata militarmente, nel 1860 fu indetto un plebiscito sull’annessione. Il risultato fu di 25.743 voti favorevoli, 160 contrari e 5.000 astensioni, principalmente marinai. Molti nizzardi denunciarono che si trattò di un voto pilotato dai Savoia e dal governo di Parigi. Ci furono manifestazioni, morti e furono chiusi giornali in lingua italiana, come ‘La Voce di Nizza’, ‘Il diritto di Nizza’. La repressione provocò l’esodo nizzardo: tra 11.000 e 12.000, su 44.000 nizzardi, lasciarono le loro case e si trasferirono principalmente a Genova e a Torino.

”Dieci anni più tardi, nel 1871, nelle elezioni per la Camera di Deputati, il 73% dei nizzadi votò per candidati indipendentisti. La votazione fu annullata. Uno dei deputati indipendentisti – secondo fonti governative di allora – si suicidò e la Francia inviò a Nizza 10.000 soldati e marinai. “Misero cannoni per le strade, arrestarono e deportarono gli oppositori”, racconta Alan Roullier, presidente della Lega per la Restaurazione delle Libertà Nizzarde.

“Con l’annessione ebbe inizio il saccheggio. Le banche filo-francesi si installarono a Nizza, Pereire e Rothschild in particolare”.

”Già prima dell’annessione, l’inviato di Napoleone III – che aveva la missione di manipolare il plebiscito – aveva organizzato la liquidazione della Banca di Sardegna nizzarda e installato la Banca di Francia per saccheggiare il paese. Appena la Banca di Francia iniziò a funzionare, il direttore catalogò tutte le ricchezze ancora non sfruttate o poco sfruttate dai nizzardi, indicando i mezzi per ottenere benefici da loro. La gente perse i terreni, le grandi proprietà furono frantumate e un gran numero di commercianti e uomini d’affari francesi si lanciò sul contea. Cominciarono a costruire ovunque immobili, alberghi, nel loro interesse personale e nell’interesse della Francia. Ma i nizzardi non parteciparono, non guadagnarono niente, al contrario, furono le vittime di questo sviluppo”.

”E’ difficile consigliare un buon libro per conoscere la storia e la cultura di Nizza. Ne sono stati scritti molti, ma tutti mentono e nascondono tutto ciò che può dare fastidio alla Francia. Molti fatti sono stati occultati e molti altri trasformati, manipolati”, afferma Alan Roullier.

3

Oggi il 99,9% dei nizzardi si sente francese. Come ha potuto cambiare così tanto in 170 anni? Come hanno potuto dimenticare ? Indubbiamente il trascorrere delle generazioni è uno dei fattori che più contribuisce alla perdita della memoria storica, ma non l’unico.

Come si costruisce il nazionalismo. Nel libro ‘Breve Storia Culturale dei Nazionalismi Europei’, il filologo spagnolo Javier López Facal spiega che per creare un nazionalismo sono necessari politici, artisti, storici, chierici e filosofi. L’invenzione di nuovi miti nazionali con cui la gente possa identificarsi. La diffusione di una lingua omogeneizzante. La creazione di una bandiera, di un inno nazionale, di un costume tipico, di una festa nazionale e soprattutto di buoni testi scolastici. Il resto lo fa il tempo e la smemoratezza delle generazioni future.

Si tratta, come ha spiegato il sociologo Orva Lofgren, di una serie di elementi che permettono montaggi differenti partendo dalle stesse categorie di elementi.

La creazione dei miti nazionali: Scozia e Germania. ”Nel 1707 i parlamenti d’Inghilterra e Scozia approvarono leggi sull’unione dei rispettivi regni, dando inizio al concetto di Gran Bretagna. Ma molti scozzesi non accettarono di buon grado l’unione e nelle seguenti decadi cominciarono a crearsi una serie di fatti differenziatori per rafforzare la loro ‘scottishness’ nei confronti dei loro vicini del sud”, racconta Javier López Facal.

A metà del secolo XVIII, lo scrittore, poeta e politico scozzese James McPherson si incaricò di tradurre in inglese una serie di ballate tradizionali delle Highlands. ”Ma non si limitò a raccogliere poemi conosciuti per trasmissione orale, McPherson li modificò a proprio gusto, e ne inventò molti di nuovi, mischiando Omero, Milton e passaggi biblici. Inventò anche l’autore, Ossian, che, assicurò, aveva vissuto nel II secolo d.C. (qualcosa di impossibile da credere per qualunque storico). Il successo dei poemi ossianici fu enorme. Erano il prodotto letterario e ideologico che l’Europa – principalmente l’Europa germanica– stava aspettando, stanca com’era di rendere culto alla letteratura ed ai miti del sud, dei romani e dei greci. I poemi ossianici rappresentavano un’autentica poesia popolare che conferiva un’identità remota a dei popoli che non erano privi di tal cosa come si credeva. E da lì a poco molte nazioni europee imitarono i poemi ossianici, creando la propria identità folklorica”, racconta Javier López Facal.

A cavallo tra i secoli XVIII e XIX, la Germania fu il secondo paese che più contribuì a creare una mitologia nazionalista. I tedeschi non ebbero bisogno di inventarsi un Ossian perché contavano su un autore prestigioso e antico per davvero: lo storico romano Tacito (56-117 d.C.) che aveva scritto un libro sui costumi e i popoli della Germania. ”Fin dalla sua pubblicazione in epoca moderna, gli umanisti tedeschi lo convertirono in una precisa descrizione di come era il suo popolo (anche se sarebbe più corretto dire ‘i suoi popoli’) nell’antichità. Poi, con il trascorrere delle generazioni, i tedeschi si sentirono sempre più identificati con l’eroico Arminio, nome che fu tradotto nel più nazionalista Hermann. Un eroe che aveva sconfitto le legioni romane con la sua gente, così genuina e diversa dai propri vicini del sud: grandi e vigorosi, con occhi blu, capelli biondi, egualitari e monogami. Logicamente tutte le qualità negative scritte da Tacino furono pudicamente contestualizzate o direttamente eliminate”.

Omogenizzare la lingua. Oggi ci sembra qualcosa di naturale che in Francia si parli il francese, in Italia l’italiano, in Germania il tedesco, ma non è naturale né sempre è stato così. Durante secoli in Europa il Latino è stato la lingua ‘colta’ e il francese, posteriormente, divenne la lingua delle corti. Ma la diversità linguistica era enorme: la maggior parte della gente parlava le lingue storiche, cioè i dialetti.

Quando iniziarono a nascere le nazioni, si decise di dotarle di una lingua che le distinguesse dai vicini e creasse un senso d’identità collettivo-nazionale. Indubbiamente lo sforzo alfabetizzatore e scolastico fu il veicolo per raggiungere questo obiettivo. La scolarizzazione della popolazione in una lingua ufficiale fu dunque una decisione politica con dei propositi precisi.

Secondo Eric Hobsbawm in Francia, nel 1789, il 50% della popolazione non sapeva il francese e correttamente lo parlava il 12, 13% della popolazione.

La scuola. L’istruzione pubblica gestita dallo stato, come la conosciamo oggi, ha iniziato a svilupparsi negli ultimi 150; in alcuni paesi da 50 anni e ancora sta dando i primi passi. Ma incontestabilmente attraverso l’istruzione pubblica, l’omogenizzazione linguistica è stata messa in atto in tutto il mondo.

Il caso di Nizza: il nizzardo e il francese. Oggi la Francia colloca il nizzardo nel gruppo linguistico occitano, anche se i dialetti liguri caratterizzano il Principato di Monaco e altre zone dell’antica contea di Nizza. Tuttavia alcuni esperti lo considerano una lingua ponte tra le parlate liguri e quelle occitane (com’è logico per questioni geografiche): il ligure, il piemontese occidentale e l’occitano orientale avrebbero un 90% di affinità linguistiche. Studiosi come Francesco Barberis, Warner Former, Jean Philippe Dalbera e altri hanno affermato che anticamente il nizzardo era una lingua al 100% ligure: fino al secolo XI pochi elementi le differenziavano. Successivamente, quando incominciò la pressione della famiglia aristocratica degli Angioini – che promosse la migrazione provenzale verso Nizza – il nizzardo iniziò ad occitanizzarsi.

E’ utile evidenziale che oggi in alcune zone italiane si parlarno dialetti occitani ed è anche opportuno ricordare che stiamo parlando di lingue romanze, lingue che derivano dal latino o che sono state fortemente influenzate da esso, nel caso del Ligure antico; che le lingue sono beni immateriali vivi, che si modicano con il tempo, i contatti commerciali, le migrazioni, le invasioni, le mode, il vicinato, le politiche locali.

L’italiano. Nel 1561 il duca Emmanuele Filiberto di Savoia abolì l’uso del latino nell’amministrazione pubblica e impose l’uso della lingua italiana in tutto il ducato, di cui faceva parte anche Nizza.

Il francese. Le politiche di francesizzazione arrivarono alla fine del secolo XIX. Gli amministratori pubblici nizzardi furono sostituiti dai francesi. I giornali in lingua italiana vennero chiusi. E perfino i cognomi si francesizzarono: Bianchi divenne Le Blanc, del Ponte Dupont, Pastore Pastor… Inoltre tra il 1860 e il 1950 i nizzardi italiani passarono dall’essere la maggioranza assoluta (circa il 70% della popolazione) alla minoranza (da 125.000 ai 2.000 attuali) a seguito dell’emigrazione verso Genova, Torino e altre destinazioni, le deportazioni di nizzardi realizzate da Parigi e all’ immigrazione di persone provenienti da altre parti della Francia e territori ex coloniali.

Altri elementi fondamentali del nazionalismo: una bandiera, un inno e un costume tipico. Anche questi simboli nazionali sono nati dal nulla, mentre si costruivano le identità nazionali. Per esempio l’inno più antico del mondo, la Marsigliese, fu scritto nel 1792, dopo la rivoluzione francese. Altro esempio: l’inno, la bandiera e lo scudo della repubblica del Peru furono imposti per decreto e scelti dopo un concorso per il ‘liberatore’ sudamericano José de San Martin tra il 1821 e il 1822.

Nemmeno i vestiti tipici sono antichi. In Spagna il vestito tipico di flamenco, che oggi tutte le sevigliane indossano il giorno della Feria di Siviglia, fu inventato alla fine del secolo XIX e divenne una moda soltanto a partire dal 1929, quando si celebrò l’Esposizione Universale di Barcellona e l’Esposizione Iberoamericana di Siviglia. Altro esempio è il kilt scozzese, inventato, sembra, da un imprenditore siderurgico inglese nel 1727.

La creazione di una festa nazionale. Questo è un altro elemento fondante di tutti i nazionalismi: un giorno per far si che il popolo si identifichi con la sua nazionalità.

Lo strumento più importante del nazionalismo: i libri di testo. Il sistema scolastico è stato lo strumento per eccellenza per raggiungere l’identificazione della gente (il popolo) con l’idea della nazione. E innegabilmente gli storici hanno avuto un ruolo molto importante insieme agli archeologi. Questi ultimi sono i grandi costruttori del mito della nazione, delle nuove nazioni che furono create dal secolo XVIII e XIX in tutto il mondo. Gli archeologi identificarono e assicurarono la veridicità di quel passato grandioso, spesso perduto, di una nazione, elemento essenziale del mito. Vero o falso non importava. Ma gli storici hanno avuto un ruolo maggiore, più importante, dovuto al potere di far circolare le parole. Gli storici hanno negato fatti storici e creato ex novo altre verità. Le loro teorie e supposti sono stati poi semplificati e successivamente ripetuti a scuola e nella famiglia. E così hanno iniziato a far parte della visione della realtà, della storia, nella mente dei cittadini.

Allora, cos’è il nazionalismo? Potremmo dire che il nazionalismo è la creazione, da parte delle elite politiche, di una identità individuale e di gruppo (nazionale).

Sul nazionalismo ci sono molte definizioni. L’Enciclopedia Britannica lo definisce come una ‘ideologia basata sulla premessa che la lealtà e devozione verso uno stato-nazione è più forte che l’identificazione con altri gruppi umani ed interessi’. Nel dizionario Merrian-Webster è ‘la credenza che le nazioni si beneficiano attuando indipendentemente invece che collettivamente, enfatizzando traguardi nazionali e non globali’.

Il politologo cinese Benedict O’Gorman Anderson, uno dei più influenti studiosi di questa materia, riteneva che le nazioni sono nazioni immaginarie nel senso che sono rappresentazioni di sistemi culturali in cui la gente inizia ad immaginare esperienze comuni che la identificano con una comunità.

E come O’Gorman Anderson sottolineava ”non si tratta semplicemente di fantasie mentali, ma di pratiche istituzionali e storiche nel cui contesto sono inventate e recitate differenziazioni sociali. E’ così che i nazionalismi diventano elementi costituenti dell’identità della gente”.

I nazionalismi nascono nel 1800. Il sorgere dei nazionalismi segna uno spartiacque tra il passato ed il nostro presente. In questo senso l’età napoleonica costituisce quel punto di separazione tra l’Europa prenazionale, in cui l’identità collettiva si identificava con la religione o la continuità dinastica (essere sudditi di uno stesso re) e l’identità nazionale, in cui l’individuo si identifica con lo stato fortificando un concetto immaginario di etnia.

I primi passi. Diversi storici assegnano importanza capitale al Trattato di Westfalia del 1648, che stabilì il principio secondo il quale l’integrità territoriale è il fondamento degli stati, contrapponendosi alla concezione feudale secondo cui i territori e i popoli costituivano un patrimonio ereditario. Sembra invece che il termine ‘nazione’ sia stato utilizzato per la prima volta dal filosofo tedesco Johann Gottfried Herder nel diciottesimo secolo. Qualche anno più tardi, sempre nella zona tedesca, fu sviluppato il concetto di ‘Volk’, popolo. E queste due nozioni furono poi rielaborate dal filosofo franco-svizzero Jean-Jacques Rousseau che teorizzò l’idea di ‘sovranità popolare’. Ma il concetto di nazione cominciò ad essere applicato e di uso comune più tardi, nel secolo XIX, dopo la rivoluzione francese.

”Il periodo napoleonico rappresenta la fase storica in cui si collocano le origini del nazionalismo, in diretta connessione – affermava lo storico inglese John Stuart Woolf – con la costruzione del moderno stato burocratico. Dopo essere stato depurato da tutti i suoi aspetti dittatoriali sotto Napoleone, tutti i liberali del diciannovesimo secolo lo abbracciarono elevandolo a simbolo di progresso e modernità. Infatti c’è una profonda connessione tra nazionalismo e liberalismo (1) e ciò è dovuto, credo, al fatto che il nazionalismo nacque in Europa Occidentale, dove il liberalismo borghese (basato sul commercio, l’industria e il consumo) sembrava rappresentare una condizione di modernità, progresso materiale, ricchezza, principalmente per due stati: Francia e Inghilterra”.

Nazionalismo, liberalismo e alfabetizzazione. Oggigiorno la maggior parte degli studiosi accetta il vincolo tra nazionalismo e sviluppo industriale. Come riconosce la stretta connessione tra nazionalismo e alfabetizzazione.

I tre elementi fondamentali del nazionalismo: popolo, stato e territorio. Anche se i tre fondamenti teorici del nazionalismo furono creati a partire dalla rivoluzione francese, l’identificazione e l’approvazione generale di questi tre precetti ebbe luogo in Europa Occidentale dopo la prima guerra mondiale, con l’accettazione dell’idea di autodeterminazione nazionale. Nel 1917, sotto la pressione del presidente statunitense Thomas Woodrow Wilson – che temeva che i bolscevichi russi, che avevano riconosciuto il diritto all’autodeterminazione delle nazionalità etniche, potessero diventare un polo d’attrazione – il concetto di autodeterminazione popolare diventò universale nel mondo occidentale.

Nazionalismo ed etnia. Ovviamente nessuno stato rappresenta ed ingloba soltanto una nazione o etnia. E questa affermazione è valida in tutto il mondo. La Germania è composta da molte collettività storiche, prenazionali. Inoltre incorpora varie etnie che si sono sovrapposte e hanno convissuto insieme nel corso dei secoli, quelle germane, le slave, la latina, la celta, ecc. Lo stesso vale per un paese come l’Italia, la Spagna, la Francia, l’Inghilterra, l’Islanda, il Messico, il Congo, l’India e tutti gli altri. Questa verità storica risulta forse più evidente fuori dall’Europa, dove il nazionalismo è stato esportato, imposto o adottato, ma è una caratteristica di tutti i paesi.

L’affermazione del filosofo franco-bavarese Friedrich Hegel ”le nazioni possono avere una lunga storia prima di raggiungere la loro destinazione, quella di costituirsi come uno stato” in realtà è falsa. Nel corso della storia molte nazioni-collettività antiche hanno perso la propria indipendenza e perfino la propria identità. E, inoltre, molte ‘nazioni’ sono incorporate dentro stati che non riconoscono le loro petizioni, come nel caso dalla autoproclamata repubblica Lakota, negli Stati Uniti, che dal 2007 chiede l’indipendenza.

Alcuni esperti hanno evidenziato che le zone più critiche per i nazionalismi si trovano nelle frontiere, dove spesso collettività antiche sono state divise e ripartite tra vari stati.

Conclusione. Oggi più del 99% dei nizzardi si sente francese, ma nel 1860 non era così. Quasi certamente in quegli anni i nizzardi non si sentivano esattamente italiani dato che l’unificazione dell’Italia ebbe luogo nel 1861. Forse si sentivano, nel profondo, liguri, più probabilmente sabaudi, ma certamente nizzardi. Da allora molte cose sono cambiate. L’emigrazione, la deportazione di nizzardi, l’imposizione della lingua francese, il cambio di vita imposto dalle elite di Parigi, la schiacciante immigrazione verso la zona: tutto ha contribuito. E innegabilmente ogni caso di nazionalismo, pur condividendo gli elementi fondativi, ha le sue peculiari caratteristiche.

”Credo che per varie ragioni ci sia qualcosa di molto offensivo nel nazionalismo. Nega che il comportamento umano è sempre lo stesso”, affermava in un’intervista John Stuart Woolf. E nega anche che il benessere umano globale dovrebbe essere l’obiettivo delle nostre società, enfatizzando invece su valori come la competizione e l’egoismo con concetti come l’interesse nazionale.

Inoltre ”il principio secondo il quale una nazione sarebbe sempre esistita attraverso i secoli è una leggenda ed è per questo che per gli storici e gli intellettuali è difficile affrontare questo argomento, così irrazionale, così carico emozionalmente e immensamente potente. Il nazionalismo pretende che una nazione esista anche quando non è così. E malgrado ciò, è impossibile negare che dopo la creazione dello stato-nazione, gli stati siano sorti su un’idea che ha creato un forte senso d’identità nazionale. E’ per questo che i nazionalismi sono un tema difficile, perchè sono totalmente irrazionali ed è molto difficile usare metodi razionali per spiegarli”.

Ma incontestabilmente il nazionalismo ci spinge verso domande che possono essere la chiave per il superamento delle enormi sfide che ha davanti a sé l’umanità.

Perché l’identificazione con una nazione ha acquistato così tanta importanza? E’ dovuto alla necessità umana di identificarsi con il potere, all’ignoranza? Al bisogno dell’individuo di essere accettato e di sentire di appartenere ad un gruppo, a una collettività immaginaria? E forse sono queste le domande più necessarie: perché la gente ha bisogno di sentirsi diversa, che vale di più, che è più importante di altri, che ha più diritti? Cosa produce questa necessità di identificarsi? Forse la gente ha bisogno di identificarsi per sentirsi qualcosa o qualcuno?

Com’è evidente queste domande non riguardano soltanto i nazionalismi ma hanno a che vedere con tutta la struttura sociale in cui viviamo. Con le idee, i concetti, le credenze che abbracciamo attraverso la ripetizione, la recitazione e l’autoconvincimento fin dall’infanzia.

 

 

Note

(1) Liberalismo. Liberalismo politico, la dottrina che crede nella bontà dell’essere umano e protegge la libertà dell’individuo. Liberalismo economico, la dottrina secondo cui i governi non debbono controllare i prezzi, gli affitti, i salari che invece devono dipendere dalla competizione e dal libero mercato.

 

 

Contatto: kbnbworldnews@gmail.com

Aiutaci a promuovere KBNB WorldNews, condividi questo reportage!

Appoggia il giornalismo indipendente con una donazione: https://kbnbworldnews.wordpress.com/donations-donaciones-donazioni/

KBNBWorldNews Copyright

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s