Superare i nazionalismi e unirci è necessario

Soltanto l’unione tra gli umani potrà creare un reale progresso e permetterci di costruire un mondo migliore, un mondo buono. Il nostra ricchezza comune è il nostro pianeta.

di Katia Novella Miller

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Circa un anno fa lessi un articolo in cui uno scrittore statunitense affermava che tutti gli esseri umani del Pianeta Terra dovrebbero votare nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti d’America poiché le decisioni politiche prese in quel paese hanno effetti su tutto il mondo. E chi potrebbe negarlo? Le guerre in Medioriente e l’afflusso di immigrati in Europa e in altre aree del mondo; le politiche monetarie globali con il dollaro quale moneta di scambio che incidono sul costo delle materie prime e, come conseguenza, fanno oscillare i prezzi in diversi paesi; il ruolo del paese come accaparratore di risorse naturali in tutto il pianeta per alimentare la sua variegata industria ed il suo enorme mercato interno e l’impatto su genti e territori lontani; il suo ruolo come secondo responsabile del riscaldamento globale (il primo attualmente è la Cina). E poi l’enorme influenza culturale e politica degli Stati Uniti su tutti gli stati, anche grazie alla comune tendenza umana all’imitazione del più forte, del più ricco, di ciò che è più alla moda: questi sono solo alcuni degli effetti del potere che gli Stati Uniti hanno avuto nel mondo intero nelle ultime decadi. Anche la crescente ghiottoneria di caramelle, gomma da masticare, dolcetti vari, o il nostro amore per il pop, il rock, rock and roll, sono stati lanciati globalmente degli USA. E perfino la nostra forma di vestire, muoverci e gesticolare sono stati fortemente influenzati dalla cultura cinematografica made in USA: indubbiamente la superpotenza del nostro tempo.

Non c’è assolutamente niente di strano in questo. E’ stato anche così quando altre ‘nazioni’ regnavano sul mondo, l’Inghilterra, l’Impero Romano. Il mio obiettivo è semplicemente quello di dimostrare come tutti gli stati siano interconnessi e seguano, attraverso le regole del potere, del commercio e anche grazie alla tendenza umana ad imitare, il principale centro di potere. O i principali centri di potere come dimostrato dal più circoscritto caso della Germania, la più importante economia d’Europa. La Germania – anch’essa fortemente influenzata dagli Stati Uniti – ha stimolato molte nazioni europee ad imitare i suoi modelli economici e politici. La sua iper burocrazia, alcune delle sue strategie di controllo sociale, imponendo sistemi sempre più punitivi, il Jobs Act, l’espansione dell’instabilità lavorativa, la caduta dei salari: tutte ‘politiche introdotte’ in Germania con le riforme del lavoro dei primi anni del millennio…

Se non sappiamo queste cose, se non vediamo le connessioni, è perche le persone non sono sufficientemente informate. E come incolpare la gente di questo, gente che lascia gran parte della sua energia vitale al lavoro, e quella che le rimane la usa per la propria famiglia o la propria vita privata? Se non sappiamo queste cose è perché c’è una carenza d’informazione transnazionale sui vari sistemi-nazioni e culture. E’ perché chi dovrebbe rendere pubblici questi fatti, chi dovrebbe renderci coscienti di queste correlazioni, i giornalisti, o non leggono abbastanza o non studiano sufficientemente i temi su cui scrivono o non sono interessati ad offire un buon giornalismo. Non scorderò mai quando ascoltai un giornalista ben pagato di una canale di notizie internazionale affermare che migliaia di berlinesi non erano andati a lavorare per partecipare ad una manifestazione contro il TTP, senza tener conto che quasi metà dei berlines non lavora e vive del denaro dei sussidi pubblici: probabilmente la maggior parte dei manifestanti. La disinformazione è praticamente ovunque.

La politica e l’economia sono globali da molti secoli. Anche se c’è chi afferma che fece i suoi primi passi prima, indubbiamente la globalizzazione moderna ebbe inizio con la scoperta ed invasione del continente americano.

La ricchezza ed i capitali economici cominciarono a crescere con i metalli preziosi americani che circolarono per tutto il continente europeo. Il commercio – fino a quel momento basato su articoli di lusso destinati soltanto all’aristocrazia ed una piccolissima nicchia di ricchi mercanti – s’incrementò con i beni dei nativi americani ed i vari prodotti presi dalle loro terre. Per la produzione, prima furono schiavizzati o obbligati a lavorare i nativi americani; successivamente arrivarono gli schiavi africani (portati coattamente nel continente americano). E’ così che lentamente, il commercio europeo di tessili, di colori, di metalli, di spezie, di piante commestibili, di medicine…si è formato ed ha preso corpo. Senza tutti i beni apportati dal continente ‘indio’ (prodotti, terre, manodopera ‘gratuita’, conoscenze), la ricchezza ed il benessere europei e occidentali non avrebbero potuto svilupparsi e crescere, e oggi molto probabilmente non avremmo le industrie, la tecnologia e non si sarebbe creato il lavoro di sistema salariato.

Successivamente, nel trascorrere dei secoli, altri territori sono stati colonizzati (anche sotto il nome dell’imperialismo): Africa, Asia… Da allora ci sono stati dei cambiamenti geopolitici, egemonici, ideologici, sociali. Ma il ‘progresso’ più rilevante è stato certamente quello tecnologico. La tecnologia ci ha permesso la velocizzazione dei trasporti, sia di gente che di merci, una maggiore capacità di governare la natura, la produzione di armi estremamente distruttive e letali, l’indottrinamento e il controllo della gente attraverso i media, la televisione…; lo sviluppo di una burocrazia sempre più invasiva; la creazione di un mondo finanziario globale… Ma le cose non sono cambiate molto per ciò che concerne le fonti di materie prime: indispensabili per i paesi sviluppati e industrializzati. Le materie prime  continuano ad essere prese principalmente negli stessi territori una volta colonizzati, molto spesso i più poveri, dove c’è più repressione politica, le aree del pianeta in cui la distruzione del medioambiente è più drammatica. Per questa ragione è una buona abitudine domandarci sempre: da dove viene l’oro comperato dalla Svizzera (il 99% di questo metallo lo compera in Peru?)? Da dove vengono i metalli, le pietre necessarie per fabbricare i nostri moderni smartphones, tablets (dal Congo?)? Da dove viene il cotone utilizzato per fabbricare i vestiti che comperiamo nei negozi (dal Bangladesh?)? Da dove vengono gli avocadi che comperiamo nei supermercati o il mais utilizzato per produrre benzina verde (dal Messico?)? Dove prende la Germania le materie prime di cui ha bisogno per le sue industrie o per produrre biomassa (in Asia, Africa?)? Le risposte a queste domande non soltanto ci faranno capire la connessione tra un paese e un altro posto del mondo, tra l’economia di una nazione e l’economia di un’altra, tra la povertà dei minatori messicani e la fiorente economia del Canada (che controlla una buona porzione delle miniere messicane), tra la distruzione della foresta amazzonica e i nostri mobili di legno, tra la distruzione ambientale del territorio nigeriano e l’Olanda e la Gran Bretagna (Shell), e così via. Le risposte ci aiuteranno anche a diventare coscienti e a fare scelte etiche. Se quel che vogliamo è un mondo più giusto, con meno violenza, questo è il cammino da seguire.

Perché è importante superare i nazionalismi. Prima di tutto è fondamentale capire che i nazionalismi sono creazioni politiche e storiche che sono diventate poderosamente imperanti attraverso la perdita di memoria generazionale, l’indottrinamento culturale impartito dalle istituzioni (scuole, università..) e la ripetizione da parte dei membri delle varie comunità di nozioni imparate o sentite. Il loro potere giace nel bisogno d’identificarsi: un bisogno irrazionale che sembra una caratteristica universale umana.

”La violenza, sia essa spirituale o fisica, è una ricerca d’identità e di dare significato”. Marshall McLuhan (1911-1980), filosofo canadese.

Praticamente quasi tutti i nazionalismi contemporanei, in Europa, in Africa, nel continente americano, in Australia o in Asia, non corrispondono alle identificazioni nazionali del passato, ma sono piuttosto recenti, non hanno più di 200 anni (1).

Le nazioni sono il risultato di guerre, di accordi internazionali tra le élite al potere in un determinato periodo storico; élite che spesso, con l’obiettivo di creare un profondo sentimento di appartenenza tra la popolazione, hanno imposto una lingua ufficiale: come nel caso della lingua italiana, 150 anni fa, dell’inglese negli Stati Uniti o della parigina lingua d’oil in Francia, imposta nei territori che attualmente identifichiamo come il sud della Francia secoli addietro: capire che stiamo parlando di pratiche e strategie politiche veramente antiche è cruciale perché ciò può aiutarci ad aprire gli occhi e a rompere con questo circolo vizioso.

Shirley Campbell Bar, una poetessa e antropologa del Costa Rica disse ”noi non eravamo neri fino a quando entrammo in contatto con gli europei, eravamo semplicemente persone”, e certamente possiamo dire la stessa cosa riferendoci alle identità nazionali. Innanzitutto siamo persone, siamo esseri umani.

E’ anche importante capire che aldilà della sua genesi ed evoluzioni, i nazionalismi contemporanei (su scala planetaria) sono esclusivi, cioè implicano valori di differenziazione tra gli umani, creando un ‘noi’ e un ‘loro’ e – da bravi figli del mercantilismo europeo, quali siamo – enfatizzano sul concetto dell’interesse nazionale (come possiamo vedere non è una novità ciò che ama dire il presidente statunitense Donald Trump ‘America First!), in opposizione all’interesse delle altre nazioni e in opposizione all’idea dell’interesse globale, dell’interesse comune. Un antagonismo tra un valore estremamente egoista ed un valore empatico che mira invece al benessere di tutta l’umanità. Per di più, come può essere già evidente per chi conosce un po’ di storia – è quasi sempre l’interesse di una élite locale e non l’interesse di tutta una comunità nazionale.

Su quest’ultimo punto i cittadini dell’Europa occidentale e di paesi come gli Stati Uniti o il Canada, possono probabilmente pensare che sbaglio, che quest’ultima affermazione non è vera vista l’evoluzione economica di queste società a partire dalla seconda guerra mondiale. Ma io credo che chi condivide questa visione dovrebbe domandarsi se il benessere creato dopo la seconda guerra mondiale non sia stato il risultato delle politiche messe in atto come strategia propagandistica occidentale contro l’Unione Sovietica, in altre parole, se non faceva parte delle guerra del capitalismo contro il comunismo. Una strategia che aveva come obiettivo convincere la gente di vivere nel miglior sistema possibile. Di fatto ora che un forte avversario del capitalismo, qual’era l’Unione Sovietica allora, non c’è più, quel benessere economico e molti diritti acquisiti si stanno perdendo ovunque.

Come evitare di essere manipolati: il pericolo di parlare soltanto una lingua parlata da pochi. Nel villaggio globale (internet) in cui viviamo possiamo finalmente capire come stanno le cose. L’informazione è fondamentale per capire com’è organizzato globalmente il mondo, ciò che sta succedendo in altri paesi e per capire la relazione tra gli eventi, la relazione tra le politiche nazionali e le politiche messe in atto in altri stati.

Oggi sempre più persone sono coscienti di come funziona l’informazione. Quella offerta dai grandi mezzi giornalistici, spesso costruita sulla base degli interessi dello status quo, l’interesse delle elite (normalmente i giornalisti non sono nemmeno coscienti di questo fatto poiché quando entrano a far parte di quell’entourage, se non lo erano già prima, diventano parte di esso: molto probabilemente la cecità intellettuale è anche una questione identitaria). Invece l’informazione offerta dai mezzi alternativi, gran parte dei quali spinti da buoni propositi, in molti casi è limitata per questioni economiche e per una mancanza di conoscenza di quel che avviene in altri paesi e di altre lingue. Per queste ragioni, oggi è fondamentale imparare almeno una lingua internazionale: per essere capaci di capire quel che sta accadendo nel nostro paese e in altre nazioni ed essere in grado di vedere la relazione tra i fatti.

Attualmente le più importanti lingue franche occidentali sono, in ordine d’importanza, l’inglese, lo spagnolo (castigliano) e, in minore misura, il francese. Queste lingue sono ampiamente utilizzate dai media internazionali e offrono una vasta gamma di punti di vista, importanti per aprire le nostre menti e sviluppare il nostro pensiero critico. Rimanere chiusi in una madrelingua condivisa soltanto dalle persone di una nazione significa correre il pericolo di fare errori di valutazione e di essere manipolati. In altre parole, se sei italiano, finlandese, etiope e parli soltanto una lingua, molto probabilmente saprai soltanto quello che l’ufficialità vorrà che tu sappia. Probabilmente c’è qualcosa di ingiusto nell’essere obbligati ad imparare una nuova lingua, specialmente se non è di proprio gradimento, ma indiscutibilmente è terribilmente utile.

Incontestabilmente le persone di lingua inglese sono più fortunate giacché la maggior parte dell’informazione circola in questo idioma, fatto che evidenzia l’importanza del mondo anglo-sassone nelle ultime generazioni. Ma anche una persona anglofona dovrebbe imparare un’altra lingua, meglio se internazionale, per essere in grado di capire altre visioni della realtà, della storia ed i problemi di altri popoli, territori e aree culturali. Certamente è molto utile per superare i preconcetti.

Oggi come mai nel passato, internet ci offre la possibilità di sapere e capire cosa veramente sta succedendo, in breve di capire il mondo: usiamola! Tutto è interconnesso!

Come identificare la vuota e pericolosa propaganda populista e nazionalista: l’eccessivo uso di ‘noi’ e ‘nostro’. Il populismo nazionalista utilizzato per gonfiare l’ego e stimolare l’identificazione con una nazione – proclamando, non di rado, falsità – sempre si presenta con un uso eccessivo dei pronomi ‘noi’ e ‘nostro’. Anche se è incontestabile che esistono differenze tra i popoli, dipendendo dalle varie matrici culturali, è anche innegabile che perfino il cibo è il risultato di un lungo processo di meticciato, come tutti i fenomeni di cultura materiale e immateriale: filosofia, matematica, scienza, medicina, agricoltura o architettura. Quanto il commercio e il movimento di capitali sono internazionali, globali. Mostrare, evidenziare la connessione che esiste tra le culture, tra i paesi, tra le economie nazionali, o tra i prodotti che comperiamo nei negozi o nei supermercati ed i luoghi in cui questi beni sono prodotti, è ciò che un mondo globale deve pretendere da un buon giornalismo e da un buon discorso politico.

Lo straniero non è cattivo. Dichiarare l’opposto è irrazionale. Uno straniero può essere perfino un leader nazionale molto amato, come è stato provato dalla Svezia nel 1810, quando diede il trono al francese Jean-Baptiste Bernadotte, che – aneddoto – non imparò mai a parlare lo svedese.

Superare le irragionevoli idee sulla nascita è una di quelle grandi sfide che gli uomini devono superare se desiderano creare società e un mondo con meno violenza. Forse il fatto di essere nati in un territorio nazionale fa si che una persona sia migliore, più onesta, meno egoista, meno avida, che abbia migliori intenzioni, che sia più intelligente, responsabile, tollerante verso chi è differente o la pensa in modo diverso oppure che sia più capace, più empatica? Quel che è piuttosto vero è che sono proprio questi i valori che dovremmo apprezzare nei politici e nella gente, invece di ammirare il potere, l’accumulo di ricchezza, la violenza, l’avidità, l’egoismo, la superficialità e la stupidità.

E’ estremamente importante evitare di mettere le persone in categorie separate, isolate sulla base della loro nazionalità perche ovunque c’è gente religiosa e gente che non lo è; gente di campagna, gente di città, gente che ha adottato, e chi non lo farebbe mai, gente che crede nella vita dopo la morte, negli extraterrestri, altri che no. Gente che ama ballare, gente che ha sofferto bullismo e prevaricazioni. Gente che ha il cuore a pezzi. Individui che sono innamorati, altri che si sentono soli; gente che salva le vite degli altri, gente aggressiva, gente pacifica. Bisessuali, omosessuali, eterosessuali. Coloro che ammirano il coraggio ed i codardi. Buone persone, cattive persone….come prima cosa: siamo umani, ovunque.

Indubbiamente la cultura promossa a livello nazionale influenza la condotta umana e la percezione della realtà. Gli esseri umani sono, in larga misura, la conseguenza dell’educazione che hanno ricevuto, il risultato delle idee che l’ambiente in cui sono cresciuti ha loro inculcato. Ma così come impariamo, possiamo disimparare e poi apprendere nuove idee: è un fatto di attitudine mentale aprire le nostre menti.

In aggiunta, è anche molto probabile che un lavoratore indiano (India) di classe media e un lavorare inglese abbiamo più cose in comune tra di loro, che ognuno di essi con le loro rispettive classi dominanti: alienazione da lavoro, mancanza di tempo, cattivi stipendi, burocrazia, ecc. Se si è donne: maschilismo in uomini e donne…

E’ importante tener presente che le élite solitamente si identificano con la gente del proprio ceto sociale, persone con cui condividono lo stile di vita e i valori di classe dominante. Capire ciò è fondamentale per comprendere le dinamiche socio-psicologiche che governano le nostre società ed evitare di essere naive.

La sfida obbligatoria: cambiare valori. Afferrare la connessione economica, sociale e umana tra le varie società è basilare se vogliamo – o sogniamo – di vivere in una comunità umana buona. Ed è essenziale anche per evitare ciò che il mondo sembra annunciarci. Contaminazione, distruzione della natura, cambio climatico, l’eccessivo arricchimento di pochi, l’impoverimento di molti, il peggioramento delle condizioni lavorative in Europa, negli Stati Uniti, le svergognate guerre per il dominio ed il controllo di territori e di risorse naturali, il controllo della gente attraverso i media, internet, IT, la tv immondizia; i pericoli rappresentati dal cibo geneticamente modificato, dai veleni obbligatori attraverso i vaccini, i pesticidi, l’acqua potabile;  il pericolo che significano i robot in un mondo governato dall’egoismo e dall’interesse economico individuale, che renderà prescindibile il lavoro di molti; la clonazione, armi altamente distruttive e letali, l’incessante valorizzazione dell’ego e la continua svalorizzazione del contenuto…tutto sembra suggerire che stiamo entrando nel mondo descritto dallo scrittore inglese George Orwell nel libro ‘1884’ o nel film ‘Metropoli’ del direttore tedesco Fritz Lang. Un mondo nel quale la maggior parte degli umani non ha diritto nemmeno alla propria umanità. Quando invece, se avessimo altri valori, il progresso tecnologico e scientifico di questi ultimi decenni potrebbe farci prendere una via verso una maggiore felicità. Indubbiamente questa è la battaglia dei nostri giorni.

Attualmente molti intellettuali si domandano se il male e la violenza hanno sempre fatto parte della nostra umanità e normalmente la risposta è ‘no, non ai livelli attuali’ e ‘non in tutte le culture’. Certamente in termini di violenza, le culture europee (occidentali, …) hanno raggiunto i più alti picchi di distruttività e per questa ragione sono globalmente egemoni. Probabilmente nemmeno uno storico negherebbe questa affermazione sulla base della dominanza territoriale o delle armi che gli occidentali hanno inventato e sviluppato creando un trend mondiale.

Oggi, l’intero pianeta è stato colonizzato o influenzato profondamente dalla culture occidentali, perfino la Cina. Ma è tempo di un cambiamento drastico di valori, di cambiare la nostra visione della realtà. Abbiamo bisogno di un cambiamento di organizzazione, di sistema. Oggi abbiamo gli strumenti necessari per migliorare la qualità delle nostre vite, accrescere il nostro sapere e saggezza. E’ tempo di prendere un nuovo cammino non soltanto per creare un mondo migliore, ma anche per salvaguardare la nostra sopravvivenza come specie, quella degli altri animali e di tutte le forme di vita che ci accompagnano in questa esperienza che chiamiamo esistenza.

”E’ difficile liberare i folli dalle catene che essi stessi venerano”, Voltaire. Non è compito facile lottare contro la mancanza di empatia e di tolleranza verso la diversità, contro lo psicoticismo, contro la carenza di logica e razionalità, contro l’incapacità di relazionarsi con la realtà e la verità: tutti mali, debolezze, che sembrano condividere la maggior parte delle persone. Il problema sembra radicare nell’incapacità ‘culturale’ di accettare la propria follia, il proprio egoismo, i propri complessi e insicurezze, e nel bisogno di indentificarsi con lo status quo per sentirsi al riparo, al sicuro, o per sentirsi qualcuno, per sentire che uno vale (se ti senti superiore agli altri, con più diritti, molto probabilmente soffri di questi ‘problemi’. Accettare che uno non sa, che uno ha idee preconcette, accettare le proprie insicurezze, i propri complessi, i propri demoni, non è sinonimo di inferiorità o debolezza, al contrario: significa crescere come esseri umani).

Come non è facile combattere contro la vasta carenza sociale di stimoli a essere etici, generosi e buone persone, individui desiderosi di aiutare, desiderosi di capire e di sapere. Viviamo in un sistema che lotta contro la bontà, l’individualità e il sapere non istituzionale. Ma indubbiamente questa è una lotta che sarà combattuta con la cultura, la conoscenza, la destrutturazione culturale, la decolonizzazione delle nostre menti e attraverso la stimolazione della coscienza e della consapevolezza.

Secondo lo psichiatra cileno Claudio Naranjo, il problema è il patriarcato. ”La nostra civilizzazione è la risposta a una situazione traumatica. Una risposta a un tempo in cui c’erano carestie. Allora i capi maschi dovettero diventare predatori, diventare conquistatori. Ora il nostro mondo è stato conquistato dieci volte. Non c’è più niente da conquistare, ma malgrado ciò manteniamo quell’attitudine. Un’attitudine bandita, cattiva. Il mondo che chiamiamo civilizzato è un mondo immorale, un mondo estremamente malvagio. Non ama gli altri. Non ha il senso del bene comune. E’ come se gli umani stessero ancora soffrendo nella loro immaginazione che il cibo sta per esaurirsi, che il territorio sta per finire, che è necessario difendersi, prendere tutto quello che si può”. Accaparrando, prendendosi le cose che hanno gli altri, rubando tutto ciò che è possibile, terre, risorse, vite, possibilità…

E’ tempo di aprire gli occhi e accettare che la violenza crea dolore e trauma e produce più violenza. E’ tempo di dire ‘ora basta’ e prendere un altro cammino. E’ tempo di dire che in un altro modo, con altri valori, con un’organizzazione sociale diversa, è possibile.

”La solidarietà, la fraternità sono un qualcosa di naturale, le possiamo osservare nelle altre specie animali. La guerra, il fratricidio, creare – anche indirettamente, con il nostro appoggio – miseria umana, è cannibale”. (Javier Lajo, economista, filosofo e attivista del popolo nativo americano Puquina).

Ora dipende da ognuno di noi.

 

(1) Su questo punto è molto istruttivo leggere ‘Nizza, Francia? I nazionalismi, una creazione del XIX secolo’ di KBNBWorldNews.

 

 

Contatto autrice: katia.novella@gmail.com  – Contatto con la redazione: kbnbworldnews@gmail.com

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